Istanbul, il fascino accessibile dell’oriente

Un viaggio a Istanbul di alcuni anni fa mi ha dato l’occasione per ripassare i fondamentali:

Turche: no, non mi riferisco alle donne, ma ai servizi igienici. Non vedevo l’ora di scendere dall’aereo per vedere se esistevano ancora. Macchè, neanche l’ombra. Totalmente globalizzate. Sostituiti da anonimi water con tanto di coperchio. Eppure le turche avevano il loro fascino spartano e obbligavano a poderosi esercizi ginnici e robuste flessioni. Ti evitavano inoltre di perdere ore seduto leggendo il giornale. Dei bidet però nessuna traccia.

Bagni turchi: gli hammam per l’appunto. Quelli ci sono ancora e si trovano spesso anche all’interno degli alberghi. Ero incuriosito ad entrare ma allo stesso tempo preoccupato di trovare poi un gigantesco energumeno che mi avrebbe sbattuto con forza su un tavolo di marmo e pesantemente manipolato fino allo svenimento.

Granoturco: visto il nome uno pensa di trovarlo dappertutto. Polenta e pannocchie in ogni menù. E invece il mais, il frumentone, il granone non lo vedi praticamente mai. Straniero in patria si potrebbe dire. C’è solo una bevanda dolce e fermentata che si chiama boza derivata dal giallo cereale e che vendono dovunque ma occorre “farci la bocca”.

Turcomanno: richiama alla mente feroci saladini con spropositate e taglienti scimitarre, gran visir, favorite, concubine e impenetrabili harem. Lontani nel tempo ma non nella mente dei locali.

Turchese: pietra che sembra non avere nessun riferimento col territorio ma si può reperire facilmente nelle milioni di gioiellerie che trovi in ogni cantone.

Fuma come un turco: corretto. I turchi fumano come delle ciminiere e nei locali pubblici non c’è neanche l’ombra del divieto di fumare. Nelle edicole vengono persino vendute le sigarette sciolte. Come se l’inquinamento non bastasse.

Mamma li turchi!: i turchi sono molto ospitali ed in genere affabili, ma quanto meno te lo aspetti si infuocano con estrema facilità. Provate, per credere, a vedere una partita del Galatanseray. Quindi, l’espressione è sempre valida anche se riferita all’aspetto estetico che non è, per così dire, travolgente. Per questo motivo non è mai stata coniata l’espressione “bello come un turco”.

Altri aspetti tipici:

Il traffico. in particolare fra la parte europea e quella asiatica è inimmaginabile visto che ci sono solo due ponti che attraversano il Bosforo e milioni di persone (in totale sono 12 + un numero imprecisato ma molto alto di clandestini) che vanno allegramente da una parte all’altra in continuazione. Sembra che solo a Teheran sia peggio. Si passano tranquille ore fermi nel caos a riempirsi i polmoni di polveri sottili e a contare minareti che spuntano come funghi nel mezzo di un paesaggio piuttosto anonimo con devastanti colate di cemento. All’improvviso appaiono carretti con enormi carichi di non so cosa che spariscono poi immediatamente nel nulla. Gli incidenti sono molto frequenti e le auto sono spesso danneggiate vistosamente ma nessuno ci fa caso. I poliziotti girano in due su una moto, come i carabinieri sulle “gazzelle” forse per farsi compagnia.

La gastronomia. Non c’è solo kebab. Sarebbe come dire che in Italia si mangiano solo tortellini. La cucina di strada è dominata da paste e dolcetti di pasta sfoglia o phyllo tipo baklava di evidente influenza greca, come pure i pochi formaggi per la maggioranza caprini tipo feta molto saporiti e fondamentalmente freschi anche se fermentati. Il pane è ottimo e quasi sempre servito tostato. Al ristorante ti portano valanghe di meze, piccoli piatti tipo tapas fino allo stordimento. Due le bevande più caratteristiche: l’ayran uno yogurt salato e liquido che si beve a pasto e il raki, liquore di anice tipo pastis o ouzo allungato con acqua o liscio (non vi preoccupate se cambia colore con l’acqua). Se la paura fa novanta, così pure il raki (gradi). Piacevole, dolce, ma poi ti stende. Servito usualmente con un melone tipo siciliano e formaggio. Il tè è stranamente ma spiegabilmente molto più comune del caffè a cui occorre essere preparati in quanto è torbidamente denso e particolare. Gustose le varianti del primo alla mela e al melograno. Insieme al tè spesso trovi delle gelatine di frutta quadrate ricoperte di zucchero a velo chiamate lokum. Allo Spice Bazaar o Egyptian Market c’è di tutto. Lì ho incontrato l’Al Pacino turco (come ama, incomprensibilmente vista la assoluta non somiglianza, autodefinirsi) che mi ha rifilato una quantità enorme di pistacchi che ho fatto fatica a far passare in dogana. Anche il vino non è assolutamente male e proviene da diverse regioni sia della costa che interne.

La voglia di Europa. E’ enorme, palpabile. Le targhe delle auto hanno già la banda azzurra dell’Unione Europea senza, ovviamente, la corona di stelle. Solo qualche anno fa si trattava e pagava solamente in dollari. Ora l’Euro è la moneta nettamente più gradita. Purtroppo ci sono ostacoli giganteschi all’entrata quali la questione cipriota, i diritti umani, la parità sociale alle donne e quei milioni di Armeni fatti sparire all’inizio del secolo scorso, problemi politici dei quali però la gente comune non capisce, o non vuole capire, il peso a livello comunitario.

La lingua. In genere quando si fa riferimento ad una lingua incomprensibile si tira fuori l’arabo. Ma anche il turco non è male con derivazioni finniche, ungariche e altre non precisate. Sono presenti tutte le lettere dell’alfabeto e tutte le appendici immaginabili, sotto e sopra. La pronuncia è un’impresa che non consiglio.

Atatürk. Un mito. Presente in ogni dove con statue, affreschi e busti. Anche sulle monete. Solo Mussolini e Saddam avevano più raffigurazioni. Il padre della Turchia moderna e della laicità dello stato.

La religione. Se non fosse per le moschee che trovi in ogni angolo e per quell’odioso lamento (adhan) del muezzin che parte cinque volte al giorno per richiamare i fedeli alla preghiera (salat), si direbbe che la religione mussulmana è molto marginale nella vita del turco medio. Pensi che ad ogni chiamata saltino fuori tappeti e la gente inizi a flettersi a terra con veemenza ed invece niente. Donne velate poche, al massimo qualche foulard floreale con colori e disegni anni ’60 che sicuramente tornera’ prima o poi di moda anche da noi.

Vale sempre la pena di farsi un viaggio da qualche parte. Anche a Istanbul.

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