Lamu, un viaggio nel tempo e nell’immaginario

L’isola di Lamu, sulla costa est del Kenya, dichiarata patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, si può considerare, a ragione, un crogiolo di razze e culture diverse. Qui l’Africa si fonde con il Medio-Oriente e l’India creando qualcosa di veramente unico e suggestivo.

Per prima cosa bisogna arrivarci a Lamu e non è certamente impresa facilissima. In genere si parte da Nairobi o da altre zone turistiche del Kenya via aereo. Non si tratta di voli di linea ma di minuscoli aeromobili per 4/6 persone. Ricordo che quando sono arrivato al piccolo aeroporto per la partenza c’era un giovane ragazzo che puliva con uno straccio l’esterno del veicolo: era il nostro pilota. Il viaggio si fa a bassa quota quasi sfiorando il suolo arido e brullo dove spesso appaiono branchi di animali selvaggi in movimento. Dimenticate il carrello con cibo e bevande, toilette e riviste patinate da leggere durante il tragitto oltre al sorriso (spesso di circostanza) dell’hostess. In questo trasferimento, diciamo “spartano”, ero accompagnato da due signore, una delle quali ha avuto una crisi di panico già all’inizio del viaggio e abbiamo dovuto faticare non poco per calmarla. L’atterraggio, dopo un’ora circa di tensione cercando di allontanare il pensiero di come affrontare un’eventuale emergenza, avviene su una striscia di terra molto corta e molto stretta. Avendo avuto a che fare con il vecchio aeroporto di Hong-Kong, volando fra i grattaceli che sfiorano le ali, questa impresa sembrava tuttavia qualcosa di affrontabile e così è stato.

Dopo tutto questo trambusto non si è tuttavia arrivati a destinazione. Siamo ancora sulla terra ferma e Lamu è là davanti a noi, apparentemente imperturbabile. Per arrivarci bisogna imbarcarsi e attraversare il pezzo di mare che ci divide dall’isola. Questo tragitto si fa su un dhow (in italiano “sambuco”) che è l’imbarcazione tipica di questo mondo, una piccola barca in legno con una grande vela latina triangolare e centrale che si ritrova spesso nell’Oceano Indiano. Pareva qualcosa di piacevole e tutto sommato senza particolari rischi finché la barca non si è incagliata. A quel punto tutto sembrava precipitare e l’esperienza cominciava a prendere una piega inaspettata ma decisamente non gradevole. Poi, fortunatamente, è arrivata un’altra imbarcazione che ci ha tolto dal pasticcio e ci ha portati sull’isola.

Una volta arrivati ci si scorda velocemente del viaggio alquanto periglioso e si viene rapiti dai colori, dai profumi, dalle architetture (molte di origine swahili) alquanto particolari di questo piccolo lembo di terra un tempo terreno di conquista portoghese e mercato di schiavi. Nonostante ci sia un turismo abbastanza sostenuto, anche se non lo si può chiamare certamente “di massa”, l’isola mantiene tutto il suo fascino, le sue peculiarità, la sua cultura, le sue tradizioni. Belle soprattutto le costruzioni e le torri in pietra corallina nonché le porte in legno di mangrovia intarsiato. Poi ci sono mercatini di frutta e verdura, semi, legumi e altri prodotti del territorio. Non sono presenti viceversa mezzi a motore e ci si muove a piedi, in bicicletta o con gli asinelli che sono dappertutto e che avrei accarezzato a lungo senza però gravarli di qualsiasi incombenza.

Ci si può perdere facilmente in un mondo che a volte non sembra neppure reale e che ti riporta indietro decenni come in un viaggio immaginario a ritroso nel tempo.

La pietra saponaria

É una pietra simile al marmo seppure molto più tenera e meno resistente agli urti anche se dotata di una certa “elasticità”. Viene estratta da cave a cielo aperto nella zona di Kisii, un’area del Kenya occidentale.

Si presta per creare oggetti artigianali che sono realizzati a mano, levigati con acqua e carta vetrata e finiti con cere naturali.

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